manda un e-mail al KCB

Lisola di Okinawa

La nascita del Karate

Dojo Kun

Lo Shotokan di Yoshitaka Funakoshi

Lo Shotokan di Gichin Funakoshi

HIROKAZU KANAZAWA, SHIHAN,(10th Dan)

Manuale Tecnico

L’isola di Okinawa e la nascita del to-te jutsu

L’arcipelago del Giappone si estende a destra del continente eurasiatico ed è
caratterizzato dalla forma ad arco, lo strumento marziale che, insieme alla spada,
caratterizzerà in maniera significativa lo spirito guerriero e filosofico delle arti
marziali giapponesi. A sud del Giappone, numerose isolette sono sparpagliate a
rosario nell’Oceano Pacifico; tra queste vi è Okinawa, la culla del karate. Gli
ideogrammi utilizzati per scrivere Okinawa da un cinese (Liu K’iu - Ryukyu) o da un
giapponese evocano la forma delle isole “come pezzi di corda di paglia che
galleggiano sull’oceano” (Tokitsu 2001, p. 16; Sells p. 3). Le dimensioni dell’isola
principale di Okinawa sono le seguenti: 1250 km2 circa, un settimo della Corsica; è
lunga circa 108 km, con una larghezza che varia dai 5 ai 24 Km. Il clima marino
subtropicale risente della calda corrente Kuroshio, proveniente delle Filippine, che è anche la causa dei tifoni che infuriano tra marzo e settembre. Il nord dell’isola è
boscoso ed è scarsamente abitato, mentre la parte sud, che ha ultimamente conosciuto un boom economico, vanta diverse città cosmopolite: capoluogo è la città di Naha, da sempre il porto commerciale più importante di Okinawa. La Naha attuale comprende la vecchia città di Naha, e i villaggi di Shuri e Tomari, famosi per essere stati i luoghi di nascita e di sviluppo del karate.

La posizione geografica vede l’isola di Okinawa a mezza via tra il Giappone e la costa Cinese di Fujian: il profondo influsso di queste due culture è palese in ogni aspetto della vita e della cultura okinawense. Il karate ne è forse la prova più evidente e famosa. Per una corretta comprensione della nascita e dello sviluppo di quest’arte, bisognerà sempre tenere a mente la peculiarità strategica e culturale della posizione geografica di Okinawa.
L’antropologia e la linguistica hanno dimostrato le radici comuni di Okinawa e
del Giappone. Le due culture sarebbero progredite di pari passo almeno fino al III a. C., per poi divaricarsi in maniera irrimediabile durante l’epoca Yayoi (III a. C. – III
d. C.) e questa profonda divaricazione culturale sarebbe dovuta al diverso rapporto
con la Cina: strettissimo da parte del Giappone, che assorbendo la cultura cinese e
rielaborandola a modo suo, conoscerà una rapidità di sviluppo fino ad allora ignota;
Okinawa invece resterà legata maggiormente alle sue tradizioni rurali. Nonostante la separazione culturale, i rapporti tra Okinawa e il Giappone non cessarono del tutto, diminuendo però drasticamente. Almeno fino al IX secolo, la cultura di Okinawa non conosce significativi progressi, salvo poi sviluppare una gerarchia in seno alle comunità di villaggi; alcuni capitribù (gli anji), si affermano in diverse regioni di Okinawa. Lo sviluppo di queste forze locali coincide con la comparsa del ferro, introdotto dal Giappone.

Isola di Okinawa

Tokitsu 2001 p. 19 offre anche un quadro sincronico delle principali innovazioni tecnologiche ad Okinawa rispetto al Giappone

   
Okinawa
Giappone
 
  Capi di Stato
XI-XII sec.
I a. C.- I d.C.
 
  Scrittura
XII sec.
V sec.
 
  Buddismo
XII sec.
VI sec.
 
  Utensili agricoli in ferro
XVI sec.
VI-VII sec.
 
  Unificazione del paese
XV sec.
VII sec.
 
  Calendario
XV sec.
VII sec.
 
  Stato organizzato
XV-XVI sec.
VII sec.
 
  Opere letterarie
XVI-XVII sec.
VIII sec
 
  Opere storiche
XVII-XVIII sec.
VIII-X sec.
 


Lo schema è rivelatore dell’enorme divario intercorso tra le due culture, pur
aventi all’inizio un comune denominatore. Nel secolo XIV, a seguito dei conflitti tra
capi locali, sorgono tre Stati, o federazioni di comunità tribali: Chuzan (Montagna di
mezzo); Nanzan (Montagna del sud); Hokuzan (Montagna del nord). Questo periodo, conosciuto col nome di Sanzan-jidai (Periodo delle tre montagne), è quello della rivoluzione agraria conseguente all’introduzione di utensili di ferro.

Nel secolo XIV i capi degli Stati Sanzan entrano in contatto con la Cina, inaugurando una nuova tappa nella storia dell’isola. I documenti offerti da Tokitsu
2001 p. 18-19 rivelano l’emblematica situazione di Okinawa nel XIV secolo. Nel
1376 l’imperatore Ming Hong Wu fa acquistare ad uno dei propri vassalli dei cavalli
e dello zolfo ad Okinawa: la merce di scambio non è composta da sete preziose e da oggetti di lusso, ma da porcellane e vasellame di ghisa. Fino ad allora, per cuocere il cibo si usavano delle rozze pentole in terracotta, che dopo 4-5 giorni di utilizzo si rompevano. Satto (1353-1395), re di Chuzan, è il primo ad instaurare una relazione di vassallaggio con la Cina, precisamente nel 1372.
Per la storia del karate questa è la prima pietra del ponte attraverso il quale l’arte della lotta cinese giungerà ad Okinawa.


Nel 1396 si colloca un avvenimento che avrà una importanza fondamentale
nello sviluppo del karate: un gruppo permanente di 36 famiglie di artisti, scienziati e
mercanti cinesi si trasferisce ad Okinawa, precisamente nel villaggio di Kume, nei
pressi del porto di Naha. Tra di loro vi dovevano essere anche molti esperti di arti
marziali cinesi. Con la colonia di Kume, la cultura cinese entra prepotentemente nella cultura okinawense, rafforzando maggiormente gli scambi già avvenuti per via del fiorente commercio marittimo. Dopo l’unificazione del paese ad opera di Sho Ashi (1429), un altro re, Sho Shin, salito al trono nel 1477, pose fine al feudalesimo, fondò uno stato confuciano, spedì gli Anji (la classe nobile) a Shuri, impose il veto sulla libertà di circolare con la spada e decretò illegale il possesso di grandi quantità d’armi.
È stato notato che queste misure di sicurezza anticiparono di oltre un secolo le
medesime misure che furono adottate anche in Giappone: nel 1507, ad Okinawa,
proibizione della proprietà privata delle spade e loro accumulo; un secolo dopo la
stessa misura verrà adottata in Giappone. Circa centocinquanta anni prima che
Tokugawa Ieyasu (il primo shogun) obbligasse i suoi daimyo a trasferirsi tutti ad Edo per meglio tenerli sotto controllo, Sho Shin ordinò ai suoi Anji di abbandonare le loro residenze per trasferirsi nel distretto del castello di Shuri. Circa un secolo prima che gli agenti di polizia Tokugawa stabilissero le tecniche di controllo civile facendo uso del rokushaku e del jutte, i funzionari della classe pechin di Okinawa, che a differenza dei loro colleghi giapponesi erano disarmati, avevano già consolidato un metodo di difesa basato sul kempo cinese.
Il regno di Ryukyu si espanse e prosperò grazie al commercio con la Cina (soprattutto attraverso Fuchou, nella provincia di Fukien), con il sud est asiatico, la Corea e il Giappone, almeno fino al 1669, quando fu invaso dal clan dei Satsuma, provenienti del sud di Kyushu. Da allora, benché di fatto sia rimasta uno stato indipendente e pur mantenendo i contatti con la Cina, Okinawa conobbe un lento declino. I Satsuma rafforzarono gli editti sulle armi e nel 1699 vietarono l’importazione di qualsiasi lama.
Nel 1724, grazie all’espansione delle classi più alte di Ryukyu (gli shizoku), fu concesso a questi nobili di dedicarsi al commercio, all’artigianato o di diventare proprietari terrieri nella campagna o nelle isole vicine. I contadini rimasero invece in una condizione di quasi schiavitù fino a quando le isole Ryukyu non vennero annesse, in seguito alla restaurazione Meiji del 1868, al Giappone e il re Sho Tai fu esiliato a Tokio.
Con ‘restaurazione Meiji’ si intende una serie di mutamenti politici, sociali ed economici che portarono in Giappone alla caduta del regime feudale dei Tokugawa (epoca del feudalesimo giapponese) e all’instaurazione dello stato unitario di tipo moderno, attraverso la restituzione dei poteri di governo dallo shogun all’Imperatore (da cui il termine di “restaurazione”).
Aveva così inizio l’epoca Meiji (1868-1912), dal nome augurale e rituale che venne assegnato dell’Imperatore regnante Mutsuhito (1852-1912), il cui significato programmatico è “governo illuminato”.
Fattori di ordine interno ed esterno concorsero alla genesi di quello che viene sempre più spesso, e più propriamente, chiamato il “rinnovamento Meiji”. Sul piano interno, verso la metà del XIX secolo la crisi dello shogunato dei Tokugawa era dovuta alla incapacità di dar vita a uno stato accentrato e di far fronte, con strutture ancora di tipo feudale, alle trasformazioni socio-economiche derivanti dallo sviluppo del mercato interno. L’apertura del paese ai rapporti con i paesi occidentali nel 1854 (trattato di Kanagawa) rese ancor più instabile il delicato equilibrio socio-politico su cui reggeva il regime shogunale, costringendolo a ricercare il consenso dei principali daimyo e dell’Imperatore, mentre contro i Trattati ineguali con i paesi occidentali (ritenuti lesivi della sovranità e degli interessi economici del paese per le clausole della extraterritorialità e della limitazione dell’autonomia doganale) si mobilitavano attivisti politici appartenenti agli strati medio-bassi della classe dei samurai che, insofferenti delle gerarchie feudali, ne chiedevano il superamento attraverso la restaurazione imperiale e l’abolizione del regime shogunale, accusato di cedimento nei confronti degli stranieri.
La lotta politica si svolse con alterne vicende, avendo come epicentro Kyoto, la capitale imperiale, ma suscitando lotte violente anche presso i principali stati feudali. Dopo il tentativo di riaffermazione autoritaria del ministro Ii Naosuke, assassinato nel 1860, lo shogunato cercò di superare la crisi ricorrendo alla coalizione con la corte imperiale e i principali daimyo, del cui aiuto si serviva per espellere da Kyoto, nell’estate del 1863, gli attivisti antishogunali. Questi riuscivano però ad assumere il potere presso lo stato feudale di Choshu, dando vita, con la partecipazione di elementi provenienti anche dalle classi popolari, a corpi armati che resistevano con successo alle due spedizioni punitive inviate, nel 1864 e nel 1866, dal governo shogunale.
La posizione di quest’ultimo era aggravata, negli anni 1866-1867, da difficoltà finanziarie e da un’ondata di rivolte contadine e urbane sul suo territorio, mentre i tentativi di riforma burocratica e militare intrapresi con l’aiuto francese erano ostacolati dalla stessa struttura feudale del regime; ad essi peraltro si contrapponeva il rafforzamento militare degli han di Choshu e Satsuma che, dopo
aver sperimentato, nel 1863-1864, l’impossibilità di opporsi con le armi agli occidentali (bombardamento di Shimonoseki) avevano stretto rapporti con l’Inghilterra.
La convergenza d’interessi spingeva Satsuma, nel 1868, ad allearsi con Choshu, abbandonando la coalizione con lo shogunato. Trovandosi politicamente isolato, lo shogun Tokugawa Yoshinobu accoglieva nell’ottobre del 1867 la proposta, avanzata dallo han di Tosa, di restituire formalmente il governo all’imperatore, mantenendone però la direzione. Per ovviare a ciò, Choshu e Satsuma ottenevano dal giovane imperatore, da poco asceso al trono, un decreto col quale proclamavano, il 9 dicembre 1867, la restaurazione imperiale e la decadenza del potere shogunale.
Si insediava così al potere il nuovo governo Meiji le cui forze militari, guidate da una coalizione di quattro han (Satsuma, Choshu, Tosa e Hizen) davano inizio alla breve guerra civile (1868-1869) contro i sostenitori dello shogunato. Nel frattempo, però, lo shogun aveva già fatto atto di sottomissione all’imperatore e, nell’aprile del 1868, le porte della sua capitale, Edo, erano state aperte, in seguito a un accordo tra l’ala riformatrice del governo shogunale e i leader della coalizione imperiale. La città, divenuta così capitale imperiale, assumeva il nome attuale di Tokyo.


Il nuovo governo Meiji inglobò le isole dell’arcipelago di Ryukyu nella prefettura di Okinawa e iniziò a giapponesizzare le tradizioni okinawensi considerante troppo straniere (ossia troppo cinesi) e ‘paesane’. Questa tendenza proseguì per tutta l’epoca Taisho (1912-1926) fino all’inizio di quella Showa (1926- 1945), quando il Giappone divenne sempre più militarizzato, e terminò soltanto con la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale.
È in quest’ottica che vanno analizzati i cambiamenti del karate nel passaggio da Okinawa al Giappone, nonché l’interessamento dimostrato dai funzionari giapponesi preposti per quest’arte marziale.


L’occupazione americana delle isole Ryukyu comportò una rivoluzione nell’economia dell’isola. Questa rivoluzione iniziò con battaglia di Okinawa (aprile
del 1945) e terminò il 15 maggio 1972, quando il controllo politico di Okinawa
ritornò al Giappone. I soldati americani di stanza ad Okinawa non esitarono a
prendere lezioni di karate dai maestri, sia durante la seconda Guerra Mondiale, sia
durante la guerra in Vietnam: questo è uno dei motivo per cui il karate okinawense è molto più sviluppato in America che in Europa.

Top

 

Teorie sulla nascita e sullo sviluppo del karate

Quattro sono le teorie principali addotte dagli studiosi per spiegare la nascita e
lo sviluppo delle forme di combattimento okinawensi.

La prima teoria afferma che le tradizioni di combattimento si sarebbero sviluppate
per opera dei contadini oppressi, i quali avrebbero sviluppato e trasmesso,
all’insaputa delle autorità locali, una micidiale arte di combattimento a mani nude,
estendendo poi la loro abilità marziale anche sugli strumenti contadini con i quali
erano maggiormente a contatto. Questa teoria è assolutamente priva di alcuna
verosimiglianza, e se pure ha goduto di un qualche credito anni addietro, quando le
arti marziali erano state presentate all’occidente avvolte da un alone di mistero e di
romanticismo, è stata finalmente abbandonata grazie all’approfondimento degli studi a riguardo.
Non esiste alcuna prova a sostegno della teoria per cui le arti marziali siano mai state praticate dai contadini. Tutto al contrario, i maestri più rappresentativi di karate del XIX secolo (la prima epoca di cui si può parlare con qualche barlume di
certezza) erano nobili o militari afferenti la corte del re di Okinawa. È inoltre assai
improbabile che la condizione di semischiavitù in cui erano tenuti i contadini abbia
potuto permettere loro di inventare un’arte marziale complessa come il karate, e
soprattutto padroneggiarla per autodifesa contro militari esperti.

La seconda teoria concerne l’arrivo ad Okinawa di Tametomo (1139-1170), un
guerriero di grande forza e fierezza, subordinato al clan Minamoto. A seguito di una
sconfitta del suo clan ad opera del clan opposto dei Taira, Tametomo fu catturato ed esiliato nell’isola di Oshima, vicino alla montuosa penisola di Izu. Dopo qualche
anno Tametomo finì per conquistare Izu aprendosi un varco verso est in direzione
dell’arcipelago di Ryukyu. Essendo un abile stratega e primeggiando nella lotta,
Tametomo invase in soli tre anni tutto il Kyushu. Arrivato ad Okinawa, vicino ad
Unten, entrò in contatto con l’anji Ozato, signore del castello di Urazoe, e venne
onorato per la sua forza militare. In seguito sposò la sorella di Ozato, divenendo
signore di Urazoe. Il figlio di Tamemoto, dopo aver sconfitto Ryu (ultimo sovrano
della dinastia Tenson), divenne il più potente anji dell’isola. Probabilmente le
tradizioni marziali introdotte da Tametomo e dei suoi guerrieri sopravvissero alla fine della sua dinastia, avvenuta nel 1253.

La terza teoria riguarda l’influenza delle “Trentasei Famiglie” di scienziati e commercianti cinesi che si stabilirono nel villaggio di Kume, in seguito ai rapporti stretti tra re Satto e l’imperatore Hong Wu. In questo villaggio, i giovani okinawensi potevano imparare il cinese, e i migliori potevano usufruire anche di borse di studio
per recarsi in Cina (i ryugakusei, o ‘studenti di scambio’). L’arricchimento della cultura di Okinawa attraverso la colonia di Kume fu incalcolabile. All’occasione era possibile imparare anche i mestieri più vari: la fabbricazione della carte, la laccatura, l’edilizia, l’architettura, il confucianesimo e la musica cinese. È assai probabile che le Trentasei Famiglie abbiano introdotto ad Okinawa anche le loro arti marziali.
L’influsso culturale più profondo giunse dalla Cina tramite i sapposhi, inviati speciali
dell’imperatore cinesi. I sapposhi viaggiavano fino ai confini più remoti per portare i
dispacci imperiali e poi tornare indietro a riferire sulle situazioni locali. Su richiesta
del re di Okinawa, i sapposhi vennero inviati nel regno di Ryukyu una ventina di
volte in 500 anni, approssimativamente ogni volta che, a partire da re Bunei nel 1404, un nuovo re assumeva il potere. Di solito un sapposhi si tratteneva quattro-cinque mesi, ed era accompagnato da un seguito di 500 persone, comprendenti professionisti specializzati, commercianti ed esperti di sicurezza. Questi esperti potrebbero aver insegnato la loro arte marziale nel periodo di soggiorno ad Okinawa o aver assistito i giovani okinawensi che si recavano in Cina per apprendere la lingua cinese (e l’arte del combattimento). Uno di questi sapposhi aveva il nome di Wanshu (Wang Xiu in cinese). A tale riguardo è esemplificativo il caso di Norisato Nakaima (1850-1927), fondatore dello stile Ryuei-ryu. Questi, figlio di una nobile famiglia del distretto di Kume, fu destinato fin da piccolo a seguire i principi del Bunbu Ryodo (la filosofia dei sentieri gemelli del pennello e della spada, simbolo dell’equilibrio tra l’allenamento fisico e lo studio). All’età di nove anni fu inviato a Fuzhou per studiare letteratura e continuare a studiare le arti cinesi. Lì, da un amico della famiglia, addetto militare che aveva ispezionato Okinawa nel 1866 (dal 22 giugno al 18 novembre) in qualità di sottoposto del sapposhi Zhao Xin, fu introdotto alle arti marziali cinesi. Nel 1870 si dice che divenne uchideshi (allievo interno) di Ryuruko, col quale rimase 6 anni, fino a diventare un maestro riconosciuto.

La quarta teoria è l’invasione Satsuma, una delle più accreditate per spiegare la
formazione del karate di Okinawa. Shimazu Yoshihisa (capo di sedicesima
generazione del clan Satsuma di stanza nel Kyushu), aveva pianificato l’invasione di
Okinawa per compensare le campagne fallite nella penisola coreana e le pesanti
sconfitte subite ad opera di Tokugawa Ieyasu. La campagna contro il regno di
Ryukyu iniziò nel 1609. A maggio venne conquistato il castello di Shuri ed il re Shonei si arrese. Il controllo Satsuma durò fino al 1879, anno in cui Sho Tai abdicò e Okinawa entrò ufficialmente a far parte dell’Impero Giapponese. Fu durante questa occupazione che le arti marziali subirono una evoluzione eclettica, adattando all’autodifesa anche gli strumenti di uso quotidiano. L’evoluzione del kobudo fu dovuta in gran parte anche a tale fenomeno. Durante l’occupazione, alcuni pechin si recarono a Satsuma ad apprendere il Jigen-ryu, il particolare stile dei samurai di Satsuma, per poi tornare in patria e influenzare i sistemi indigeni di combattimento.
Questa teoria acquista credito se si pensa che l’arte del bo-jitsu (il bastone di un
metro e 80 cm.) non fece la comparsa ad Okinawa se non dopo il ritorno in patria di
Sakugawa e di Tsuken Koura dal loro soggiorno a Satsuma. Una delle figure più
importanti per lo sviluppo e la sistemazione di quello che poi sarà noto come karate
okinawense è senza dubbio Sokon Matsumura. Anch’egli, oltre ad aver studiato le
forme natie di Okinawa, ed aver viaggiato in Cina, sembra che divenne un maestro di Jigen-Ryu (passione che trasmise anche ai suoi allievi, in particolare Azato). Con
tutta probabilità è stato Matsumura ad elaborare tutte le sue esperienze e a fonderle in quello che poi sarà noto come shuri-te. È chiaro dunque che l’influenza Satsuma sia stata significativa nello sviluppo dell’arte okinawense di difesa personale, anche se rimane ancora difficile spiegare nel dettaglio la specificità di questi influssi.

Il castello di Shuri (ricostruito nel 1992)
Il castello di Shuri
Da tode-jutsu a karate-do


Il karate (nell’accezione contemporanea di “mano nuda/vuota”, un’ambiguità
semantica su cui torneremo) è l’arte marziale autoctona dell’isola di Okinawa. Come, quando, e dove il karate o le tecniche che lo compongono siano state elaborate, è una questione che rimane avvolta nel mistero e nella leggenda. Tecnicamente parlando, nella sua patria d’origine il karate, per tutto il corso del XIX secolo, non fu mai chiamato karate, ma molto più semplicemente Okinawa-te (pugno di Okinawa) o tode (l’ideogramma to può anche essere pronunciato kara, ossia ‘mano cinese’, cosa che sottolinea gli intimi rapporti commerciali e culturali di Okinawa con la Cina), ed indicava un sistema di trasmissione marziale affidato alle famiglie di nobili o di uomini impiegati nell’entourage militare dei signori okinawensi, gli unici ad aver accesso al patrimonio delle tecniche guerriere.
Un sistema di insegnamento, quindi, estremamente eterogeneo e vario, non riconducibile ad una radice comune anzi, al contrario, dipendente da tutta una serie di tradizioni diverse, innovazioni e contaminazioni personali. Il cuore del karate okinawense, e di tutte le arti marziali orientali, sono i kata, le forme prestabilite che, tramandate da maestro ad allievo, contengono le tecniche di lotta ereditate nel corso della storia. Tramandata in segreto da maestro ad allievo, la storia del karate di Okinawa diventa meno oscura solo nel corso del XIX secolo quando appaiono alcune figure di maestri che ne influenzeranno in maniera determinante lo sviluppo e l’evoluzione. Di questi, il più famoso è senz’altro Sokon Matsumura, guardia del corpo di vari re di Okinawa.
La sua vita, pur con qualche incertezza nelle date, si estende per tutto il XIX secolo. Ebbe maestri cinesi per la lotta e giapponesi per la spada. Fu il sistematore del karate praticato nel suo villaggio natale, Shuri (allora capitale di Okinawa) e per questo, in seguito, definito shuri-te (‘pugno di shuri’). Ma nei villaggi circostanti venivano praticate altre forme di karate, caratterizzate da kata e concezioni strategiche diverse. Oltre allo shuri-te di Matsumura, dunque, a Naha (il porto commerciale più importante di Okinawa, di cui oggi è capitale) veniva praticato quello che poi sarà più noto come naha-te (“pugno di Naha”), profondamente influenzato dall’arte cinese sia nei movimenti sia nella respirazione, e il tomari-te (“pugno di Tomari”), l’arte praticate nel villaggio di Tomari, situato a poca distanza da Shuri e Naha e sintesi di questi due sistemi. Verso la fine del XIX secolo fu il maestro Anko Itosu (allievo di Matsumura) ad imprimere al karate quella svolta che lo avrebbe reso famoso in tutto il mondo.
Karate, è noto, vuol dire ‘mano nuda’. Il termine tradotto con ‘nudo’ (o ‘vuoto’) andrebbe inteso inoltre in un doppio senso: il primo ‘concreto’, qualificherebbe il karate come arte marziale praticata senza l’ausilio di armi; il secondo, più ‘filosofico’, qualificherebbe il fine ultimo della pratica del karate, ossia il raggiungimento della ‘illuminazione’ tramite la consapevolezza della vacuità della realtà.
Tuttavia, pure nell’incertezza delle testimonianze scritte (e si ricordi che alcuni
documenti preziosi sono andati distrutti durante l’occupazione americana dell’isola di Okinawa durante la Seconda Guerra Mondiale), ad Okinawa ciò che sarà conosciuto in tutto il mondo come ‘karate’ si chiamava semplicemente ‘te’ o ‘tode’, ossia “pugno” o “pugno cinese”.

È mia intenzione dunque cercare di esemplificare quanto più chiaramente
possibile il processo ideologico che ha condotto alcuni grandi maestri, tra cui spicca
Funakoshi, a stabilire la grafia attuale del termine karate (fondamentalmente nel
periodo che va dal 1930 ai prodromi della Seconda Guerra Mondiale). Si ricordi che
questa grafia non è che l’anello conclusivo di una serie di tentativi più o meno riusciti rivolti ad inquadrare un’arte non meglio specificamente identificata anche nella sua patria di origine, l’isola di Okinawa, ma che ormai era divenuta di dominio pubblico anche in Giappone.

Va subito detto che la storia dell’evoluzione del termine ‘karate’ si intreccia non solo con il processo di un necessario ripensamento estetico e pedagogico dell’arte, ma soprattutto con la necessità di un indispensabile allineamento nei confronti delle sempre più pressanti istanze nazionalistiche e politico-militari allora dominanti in Giappone.
Come per le biografie di quei maestri in attività all’incirca durante la metà del
XIX secolo, e che hanno gettato le basi per il riassetto del ‘tode’ okinawense (tra gli
altri Matsumura, Itosu, Higaonna e Azato, quest’ultimo in qualità di primo maestro di
Funakoshi), anche per quanto riguarda la storia del termine karate ad Okinawa prima del 1900 dobbiamo avanzare ipotesi basandoci sui pochi ricordi orali di questi
maestri tramandati sino ai nostri giorni grazie al ricordo degli allievi.
Obbligatorio è iniziare con quanto riferisce Funakoshi, maggiore responsabile,
benché non unico, dell’innovazione nella grafia e nell’interpretazione del karate come ‘mano nuda/vuota’.
Questi ci conferma almeno due cose: ad Okinawa, prima del XX secolo, non esisteva alcun documento scritto che riportasse il termine tode, motivo per cui non
era ben chiaro se la parola karate fosse scritta con il kanji ‘Cina’ o con il kanji ‘vuoto’.
Ad Okinawa, i primi tre scritti in cui si parla di arti marziali, o che hanno una
qualche relazione con il karate, sono:
- il ‘rotolo di Matsumura’ (1882), dove si parla genericamente di ‘arte marziale’;
- uno scritto di Hanashiro Chomo (1905), su cui vd. infra e in cui per la prima
volta compare il kanji ‘kara’;
- le ‘dieci regole’ di Itosu (1908), in cui però troviamo ancora la denominazione
tode).
Funakoshi ritiene probabile che all’inizio il kanji utilizzato fosse quello indicante la dinastia cinese Tang (618-907 d.C.), ma che allo stato attuale dello sviluppo e del perfezionamento del karate, ormai profondamente diverso dal quanfa cinese dal quale derivava, non vi era più alcun motivo di mantenere il collegamento con l’arte marziale cinese; Funakoshi stesso, seguendo la tradizione, nel primo libro da lui pubblicato in Giappone, To-te jitsu (1922), scriveva karate con il kanji indicante la dinastia Tang.
Com’è noto, una delle insidie lingua Giapponese è l’omofonia delle parole, ossia kanji di significato differente si possono pronunciare con un identico suono. Per
capire quale sia il significato corretto di una parola, un giapponese deve basarsi sul
contesto della frase o vedere necessariamente il kanji in questione.
Karate è un tipico esempio di questa ambiguità. Il secondo kanji del termine karate (vd. figura 1) non pone alcuna difficoltà: ‘te’ vuol dire ‘mano’; ma kara è più insidioso, infatti per lo stesso suono esistono due kanji: uno che indica ‘nudo/vuoto’ (vd. figura 2), e che si pronuncia kong in Mandarino e kara in Giapponese, ma può essere pronunciato anche ‘aki’, ‘ku’ e ‘sora’, ed un altro (vd. figura 3) che è invece il carattere cinese attribuito alla dinastia Tang, e per estensione quindi la Cina stessa, o comunque indicante qualcosa di proveniente dalla Cina (questo kanji può essere letto altresì tang, to o kara).
I maestri okinawensi chiamavano la loro arte semplicemente te o to-de (così
Hanashiro Chomo in McCarthy 1999 p. 60) o bushi no te, ‘mano di guerriero’
(Funakoshi 1987 p. 46), mentre Chojun Miyagi, fondatore del goju-ryu, era convinto
del fatto che tode fosse una denominazione casuale: quando gli allievi si presentavano per essere istruiti chiedevano di apprendere semplicemente il te (McCarthy 1999 p. 61); Gusukuma Shinpan, insegnante presso le scuole superiori, segnalò invece l’insofferenza dei giovani per il termine tode (probabilmente per via del crescente nazionalismo filonipponico e anticinese), per cui preferiva chiamare la sua arte kempo: era però d’accordo sulla scelta ‘karate-do’ coi kanji che poi diverranno
famosi in tutto il mondo (sul meeting del 1936. vd. infra).

 

Se è vero dunque che, grosso modo, il karate è il frutto dell’evoluzione di un’arte autoctona okinawense unitamente agli importantissimi influssi delle arti marziali cinesi, è pressoché certo che con karate non si potesse intendere altro che ‘mano cinese’.
Allo stato attuale delle nostre conoscenze, il primo ad utilizzare il kanji giapponese ‘vuoto/nudo’ in uno scritto sul karate (forse il primo documento specifico in assoluto) fu Hanashiro Chomo in uno testo del 1905 intitolato Karate Shoshu Hen.
Hanashiro Chomo, il quale con Kentsu Yabu era stato uno degli eroi di Okinawa
nella guerra contro la Cina ed era stato uno dei pochissimi okinawensi ad essere
arruolato nelle truppe giapponesi, poteva esserne stato influenzato dall’ideologia
militare fortemente nazionalistica che mirava a screditare e svalutare tutto ciò che era cinese.
Ma si trattava probabilmente di un caso isolato (forse di un primo tentativo di
svecchiamento), che non ebbe alcun seguito, poiché i maestri più anziani non erano partiti per la guerra, e la Cina continuava per loro ad essere un modello culturale, benché ormai Okinawa fosse divenuta una provincia Giapponese. D’altra parte, benché Azato ed Itosu fossero dichiaratamente filogiapponesi, Itosu, il cui
manoscritto è conservato e risale al 1908 (era quindi sicuramente a conoscenza dello scritto del suo allievo Hanashiro Chomo), scrive ancora ‘karate’ con i kanji indicanti la ‘mano cinese’.
Le cose dovettero tuttavia cambiare, dovevano anzi già essere cambiate di
molto, quando Funakoshi fu invitato dal maestro Jigoro Kano in Giappone a
diffondere la sua arte. L’insegnamento del karate, nonostante l’arretratezza
propedeutica e metodologica rispetto ad altre arte marziali quali il judo e il kendo,
ormai già popolari e utilizzate a fini militari anche in tornei organizzati, suscitò un
notevole interesse. Si impose allora per Funakoshi il problema della nomenclatura,
non solo del termine karate (che sapeva troppo di Cina e non poteva essere
culturalmente accettato dal nazionalistico Giappone) ma anche dei nomi dei kata
foneticamente troppo cinesi. Funakoshi giustamente notava come il karate praticato nella sua gioventù era già qualcosa di profondamente diverso dal kung fu dal quale derivava. Inoltre la semplificazione avvenuta in Giappone per esigenze didattiche giustificò la ricerca di una terminologia alternativa.
Tuttavia il processo di giapponesizzazione non fu immediato. Nel 1922 Funakoshi pubblicò un libro intitolato Ryukyu kempo karate, seguito nel 1924 da un’altra pubblicazione intitolata Goshin karate jutsu (‘l’arte del karate: rafforzamento energetico ed autodifesa’), ma gli ideogrammi sono ancora quelli che indicano la Cina. Quando ormai il karate era stato introdotto all’interno delle Università giapponesi, Funakoshi propose la seguente denominazione: Nippon Kempo karate-do, ossia ‘la via del Grande Metodo di pugilato giapponese a mani nude’ utilizzando finalmente l’ideogramma ‘nudo/vuoto’.
I Giapponesi potevano essere soddisfatti. Non solo le origini cinesi, ma anche quelle okinawensi, comunque troppo ‘paesane’ per i sofisticati nipponici, erano state cancellate.
Ad Okinawa, invece, i maestri più oltranzisti non furono soddisfatti di questa scelta: in primo luogo perché ad Okinawa l’uso delle armi non era affatto estraneo al karate, anzi i due insegnamenti andavano di pari passo.
La dizione ‘mani nude’ quindi non rendeva ragione alla vera essenza karate okinawense. I più illuminati, tuttavia, soprattutto quelli che avevano già visitato il Giappone e avevano iniziato ad insegnarvi la loro arte, concordarono in pieno con la coraggiosa scelta di Funakoshi e soprattutto con le istanze nazionalistiche che sottostavano questa scelta: Funakoshi non aveva innovato di propria scelta, ma aveva seguito i suggerimenti che gli erano giunti dalle alte sfere delle arti marziali nipponiche, rappresentanti del Butokukai di Tokio.
In McCarthy 1999 vi è la trascrizione inglese del meeting del 1936 fra i più
importanti maestri di Okinawa proprio riguardo la necessità di adottare la grafia
karate-do “via della mano nuda”.
I più illustri maestri dell’epoca, Chojun Miyagi, Chutoku Kyan, Hanashiro Chomo, Kentsu Yabu, Shimpan Shiroma, Choki Motobu, Chosin Chibana, concordarono sulla necessità del cambiamento.
Per raggiungere la popolarità ed allargare la conoscenza del karate nella madre giapponese, il cambiamento era necessario, i tempi lo imponevano: la guerra con la Cina era stata già archiviata, ma gli scenari internazionali erano torbidi, la Seconda Guerra Mondiale sarebbe scoppiata di lì a poco, e al Giappone serviva una arte marziale efficace e completamente integrata nel suo sistema ideologico.
Il karate era ormai divenuto ‘mano nuda/vuota’. Funakoshi però non era uno
sprovveduto, era anzi un intellettuale di stampo confuciano ben consapevole dei
doveri dell’uomo verso la società. Aveva avuto la fortuna, a suo tempo, di studiare
coi più grandi maestri della sua epoca, che gli avevano insegnato come il karate non fosse solo una forma di ‘jutsu’ di tecnica pura e semplice, quanto piuttosto una sorta di ‘do’, confucianemente intesa come via per il miglioramento di se stessi e della società in cui si vive.

Funakoshi, anch’egli esperto conoscitore dei classici confuciani, lo sapeva bene e per meglio giustificare la sua operazione culturale, attirò l’attenzione su alcune scritture del buddismo zen dove compariva proprio il termine kara ‘vuoto’, indicando il percorso dallo studente zen che mira a liberarsi dalle sovrastrutture ideologiche e mentali per raggiungere alla fine il vuoto, o assenza di pulsioni. Per la precisione Funakoshi fu ispirato dal Maha Prajna Paramita Sutra.
Questo sutra, composto in India intorno al IV secolo d.C. è uno dei testi fondamentali del buddismo, studiato e recitato ancora oggi nell’ambito della tradizione sia zen sia tibetana. L’importanza del testo è dovuta al fatto che esso condensa in pochi versi ciò che viene considerato il “cuore” dell’insegnamento buddista: la comprensione totale del carattere vuoto ed impermanente di qualsiasi manifestazione o categoria in cui catalogare il flusso continuo del mondo. L’insegnamento del Sutra si propone sotto forma di discorso che il mitico bodhisattva Avalokitesvara, simbolo cosmico della compassione, indirizza a Sariputra, discepolo storico di Gautama Budda (in neretto l’espressione utilizzata da Funakoshi).

L’essenza della Visione Profonda

Puro sentire,che attinge al cuore di tutte le cose,
Avalokita,
affiso nell’intuizione perfetta,
vede fluttuare disciolte
le cinque mutevoli
soglie dell’io,
e recide la pena
che tutti accomuna.
Oh Sariputra,
ogni fenomeno affiora
dall’insondabile abisso,
che cela e trascende gli opposti:
la Vacuità.
La forma è vuoto,
il vuoto è forma,
ininterrotte, nella vastità cangiante,
trapassano le sensazioni,
le percezioni, le nostre
interiori reazioni,
e l’ampio dominio chiamato
coscienza dell’ego.
Oh Sariputra,
non ha consistenza
la serie infinita di tutte le cose,
non esistono nascita
e dissoluzione,
non c’è purezza né macchia,
né crescita, né diminuzione.
E dunque, nel vuoto,
insostanziale è ogni forma,
ogni interno richiamo
della mente e dei sensi,
ogni moto attivato
dalla volontà
e dalla coscienza evocato.
Illusorio è lo specchio dei sensi,
gli occhi, la lingua, il naso, le orecchie,
il corpo e la mente,
non possiede vita a sé stante
l’aspetto o il sapore,
il suono o l’odore,
il tatto o l’oggetto mentale.
Se dunque è apparente ogni cosa
e senza una propria sostanza,
non c’è da pensare che esista ignoranza
o di essa possibile fine,
e vecchiaia è illusione e la morte,
come pure la loro estinzione.
Ma se pur non c’è causa di pena,
non cessa la pena del mondo,
né val, per estinguerla, Nobile Via,
perché vuoto è ogni conseguimento
o completa rinuncia alla quale approdare.
Così, l’essere emerso dal buio,
compenetrato della Visione Profonda,
non ha il cuore e la mente ostruiti,
non alberga paura,
e sciolto da ogni illusorio richiamo
può riconoscersi libero, infine.
E chi, nell’immoto fluire del tempo,
si è aperto al puro sentire,
affidato alla Prajna Paramita,
realizza il supremo risveglio.
Conosci ora il cuore della Visione Profonda:
è il grande mantra incantato,
magia splendente
e suprema,
l’incomparabile mantra,
che scioglie ogni pena.
Non c’è inganno, ma rivelazione,
nel mantra che esprime l’essenza
dell’unico Vero
con queste parole:
Andare, andare oltre,
trascendere
approdare al di là,
nel cuore radiante e perfetto
del puro Risveglio:
adesso!

Top

 

Gli stili

Il KATA

Il KUMITE